Negli anni ’50 Homer Dubs, professore di storia all’università di Oxford, avanzò una sua una tesi basata su antiche cronache cinesi della dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.): una battaglia presso la città di Zhizhi nel Gansu (l’odierna Dusanbe in Tagikistan) nella quale le truppe imperiali lì accorse per sedare la rivolta di un capo locale, si scontrarono con mercenari che, oltre ad avere tratti somatici differenti da quelli indigeni, utilizzavano tecniche militari uguali a quelle dell’esercito romano, in particolar modo veniva descritta la famosa testudo: ovvero gli uomini marciavano protetti dagli scudi disposti a formare il carapace di una testuggine.
Vennero sconfitto ma a loro venne riconosciuto il valore di soldati ben addestrati e molto coraggiosi. Essi furono deportati nella città di Lijjian. La tesi di Dubs voleva che questi uomini non erano altro che i componenti della cosiddetta “Legione perduta”.
Nell’anno 53 a.C. a Carre, città della Mesopotamia, l’esercito di Marco Licinio Crasso si scontrò con quello dei parti subendo una cocente sconfitta (lo stesso Crasso vi morì). I soldati romani superstiti vennero fatti prigionieri e deportati nelle regioni orientali dell’impero Parti. Quando nel 20 a.C. Augusto trattò la restituzione delle insegne e dei prigionieri, vennero restituite solo le prime: degli uomini nessuna traccia.
Sempre secondo Dubs, dopo la sconfitta di Carre, i soldati romani giunsero ai confini della Cina fondando un loro insediamento e nel contempo offrendo i loro servigi come mercenari: appunto quelli che si scontrarono con l’esercito Han.
Negli scorsi anni sono stati fatte delle analisi genetiche sulla popolazione odierna di Lijjian i cui appartenenti hanno caratteristiche somatiche occidentali: occhi di colore chiaro e capelli biondi, miste a quelle orientali. Sono stati, inoltre, riesumati scheletri deposti in un antico cimitero del luogo (scheletri di uomini piuttosto alti per gli standard locali) per avvalorare la veridicità di quella che in fin dei conti, per il momento, rimane solo una leggenda.
Massimo Valerio Manfredi, archeologo e scrittore di successo, nel suo libro “L’impero dei draghi” narra l’ incontro tra due superpotenze che nella realtà si sono ignorate a vicenda : L’Impero di Roma e quello della Cina (la Sera Maior ovvero la” terra della seta” già citata nella Tabula peutingeriana).
Nel libro il racconto prende spunto dalla cattura dell’imperatore Publio Licinio Valeriano, avvenuta in Anatolia nel 260 a.C. dopo l’assedio della città di Edessa, da parte di Shapur di Persia. Nella trama viene introdotto il personaggio, creato dalla fantasia dello scrittore, di Marco Metello Aquila, eroico comandante della legione romana che, insieme al suo imperatore e ad altri dieci uomini conoscerà la tragedia riservata ai prigionieri di guerra dei persiani: miniere che non sono altro che l’anticamera dell’inferno.
Dopo mille peripezie Marco Metello Aquila riuscirà a fuggire con i suoi compagni incontrando un altro prigioniero di alto rango: un principe dell’impero cinese che a sua volta dovrà combattere un usurpatore. Per questo chiederà aiuto ai soldati romani, non prima che vi sia stato un reciproco avvicinamento delle due culture, quella occidentale e quella orientale.